Friday, December 18, 2020

Il disastro del Corman Drosten mette la parola fine alla pantomima del Covid 19



Il 4 settembre 2020 mentre visitava il cantiere della nuova stazione ferroviaria di interscambio HS2 a Solihull, vicino Birmingham, Boris Johnson ha dichiarato che i test del covid 19 producevano il 93% di falsi positivi.

Il 23 settembre 2020 la stessa dichiarazione è stata fatta da Dominic Raab ministro degli esteri britannico negli studi di SKY News a Londra.

Sul momento, oltre allo stupore per una simile dichiarazione, che di fatto smontava l'affidabilità dei test diagnostici del Covid 19, non riuscivo a capire per quale motivo i due principali esponenti del governo britannico avessero dichiarato pubblicamente che il sistema diagnostico del Covid 19 era inaffidabile né perché i media di tutto il mondo non avessero dato alcun tipo di seguito a tali eclatanti dichiarazioni.

Il mio stato di incomprensione è durato fino a venerdì 4 dicembre, quando la rivista medico scientifica Eurosurveillance ha pubblicato questa nota con la quale annunciava di avere iniziato un'indagine per revisionare la scientificità dello studio Corman-Drosten, pubblicato sempre da Eurosurveillance il 23 gennaio 2020, dal titolo “Detection of 2019 novel coronavirus (2019-nCoV) by real-time PCR di Christian Drosten e Victor Corman.

Perché questa pubblicazione è così importante?

Christian Drosten e Victor Corman sono i due medici autori del test diagnostico del Covid 19 che è utilizzato nella maggior parte dei laboratori di analisi pubblici e privati in Europa e in USA.

Il test Corman-Drosten è lo studio teorico su cui si basa la metodologia diagnostica ufficiale del Covid 19. Si tratta della diagnostica su cui si basano tutti i dati ufficiali diffusi dai governi e dai media di tutto il mondo sulla diffusione del Covid 19 e di conseguenza è anche la base scientifico-giuridica dei lockdown e delle restrizioni alle nostre libertà fondamentali.

Questa è una storia straordinaria e per capirla bisogna cominciare dall'inizio:

Eurosurveillance è una rivista medico-scientifica che si occupa di epidemiologia, prevenzione e controllo di malattie trasmissibili. La pubblicazione è a cura dell' European Centrefor Disease Prevention and Control che è un agenzia indipendente dell'Unione Europea, la cui missione è rinforzare le difese europee contro le malattie infettive.

Normalmente qualsiasi studio scientifico, al fine di essere pubblicato deve essere "peer-reviewed" cioè deve essere esaminato dai membri del comitato scientifico della rivista e questo processo di verifica di solito richiede diversi mesi di lavoro, soprattutto se si tratta di metodologia diagnostica, perché i procedimenti devono poter essere replicati e validati in laboratorio.

A maggior ragione se si tratta di uno studio sul quale si baserà il test per un virus che ha colpito la popolazione dell'intero pianeta.

Lo studio Corman-Drosten è stato inviato dagli autori a Eurosurveillance il 21 gennaio 2020 quindi è stato approvato per la pubblicazione il 22 gennaio e poi pubblicato il 23 gennaio 2020. In pratica dal suo invio alla sua pubblicazione sono passate 48 ore.

Non solo. Lo studio Corman-Drosten è stato immediatamente accettato come test standard internazionale dall'OMS, che ha iniziato a produrre e inviare il kit diagnostico alle regioni colpite dal virus.

Nei mesi seguenti, tra lockdown, collasso economico, chiusura di scuole e panico diffuso, pochi erano consapevoli delle lacune sostanziali presenti nello studio alla base della diagnostica del Covid-19 e la situazione di emergenza ha prevalso sull'accuratezza normalmente richiesta ad una metodologia diagnostica, specialmente per un evento epidemico di rilevanza globale.

In questa situazione di caos, la svolta è avvenuta il 30 novembre 2020 quando lo studio Corman-Drosten è stato messo in discussione dall' ICSLS (International Consortium of Scientists in Life Sciences) un team di 22 scienziati provenienti da Europa, USA e Giappone che hanno inviato questa lettera ad Eurosurveillance chiedendo l'immediato ritiro della pubblicazione.

La lettera contiene un contro-esame dello studio che mette in evidenza 10 errori cruciali della metodologia diagnostica Corman-Drosten.

Il capo progetto dello studio che smonta il Corman-Drosten è Pieter Borger, un esperto di biologia molecolare, mentre tra i 22 autori c'è anche Michael Yeadon, ex Vice Presidente di Pfizer, che si è sempre detto contrario ai protocolli OMS: dal lockdown globale all'uso delle mascherine, fino alla chiusura delle scuole.  

In questa intervista Michael Yeadon afferma che la totalità dei risultati prodotti dal test Corman-Drosten è falsa.

Celia Farber, è una giornalista americana, nota per le sue inchieste sull'HIV ed ha parlato con il Dr. Kevin Corbett, uno dei 22 autori dello studio che smonta il Corman Drosten:

“Quando Christian Drosten ha sviluppato il test, la Cina non gli aveva dato il virus isolato, lui e Corman hanno sviluppato il test da una sequenza genetica trovata in una banca dati. I cinesi hanno dato a Drosten una sequenza genetica ma senza un virus isolato corrispondente. In pratica avevano un codice ma nessun corpo da associare al codice. Nessuna morfologia virale".

Che cosa significa Morfologia Virale?

"E' come se al mercato del pesce" ha risposto Corbett "ti danno dei frammenti di lisca e ti dicono questo è il tuo pesce". Potrebbe essere qualunque pesce. Non hai nemmeno una lisca ma appena alcuni frammenti di lisca. Quello è il tuo pesce". Corbett ha poi aggiunto "Nel Corman-Drosten non c'è niente che provenga da un vero paziente. Viene tutto da una banca dati genetica e i frammenti della sequenza del virus che mancavano sono stati ricreati artificialmente. Li hanno ricreati sinteticamente per riempire le caselle vuote. Questa è la genetica: è un codice. Quindi mettiamo che tu hai "ABBBCCDDD" e ti mancano alcuni frammenti che tu pensi sia EEE quindi li inserisci nella sequenza utilizzando un software. E' tutto sintetico. I frammenti mancanti vengono ricreati al computer. Questo è il risultato finale della geneticizzazione della virologia. In pratica è un virus informatico."

Ma quali sono le implicazioni di questa incompletezza del primer riguardo l'affidabilità del test del Covid 19?

Le implicazioni sono intuibili anche da chi non è un esperto di virologia. In pratica essendo il virus iniziale incompleto, cioè composto solo da frammenti, il settaggio della macchina che effettua il test RT-PCR non potrà andare oltre la rilevazione di quei frammenti che costituiscono il primer. Cioè la macchina non può inventarsi una struttura biologica che non ha, il che significa che la macchina del PCR segnalerà come positivo anche un campione che invece di possedere l'intero filamento dell'RNA possegga soltanto un frammento dell'acido nucleico in questione.

La conclusione dell'ICSLS è che il test Corman-Drosten non è stato strutturato per rilevare il virus completo ma soltanto un frammento del virus, cioè quello che avevano a disposizione. Il che significa anche come vedremo più avanti in questo articolo, che la macchina non riesce a distinguere tra un frammento di RNA e il virus intero. Questo fatto classifica il test come inadeguato come test diagnostico per le infezioni dei virus SARS.

In un'intervista postata sul suo account Twitter il Dr. Pieter Borger ha detto: "il virus non era ancora in Europa e lo studio della diagnostica del Covid era già stato completato", Borger ha poi aggiunto: "se vai da uno sfasciacarrozze e trovi una ruota o un cerchione di una Mercedes e un volante di una mercedes puoi affermare secondo te che ti trovi in un'officina Mercedes?

No, non puoi. Perché quelli che hai in mano sono soltanto alcuni pezzi di una Mercedes. Potresti trovare questi pezzi di ricambio ovunque, in qualunque sfasciacarrozze." Borger descrive il test RT-PCR come: "un test che non ha nessuna rilevanza a livello diagnostico".

Che cos'è il test RT-PCR?

Il test RT-PCR Reverse Transcriptions - Polymerase Chain Reaction (Reazione a catena della polimerasi con trascrittasi inversa) è una tecnica di biologia molecolare che consente la moltiplicazione (amplificazione) di frammenti di acidi nucleici. Gli acidi nucleici sono le macromolecole deputate alla conservazione e al trasporto dell'informazione genetica. In pratica gli acidi nucleici sono l'RNA e il DNA.

La polimerasi è il processo di amplificazione del DNA e utilizza il filamento di RNA del virus come "stampo" di partenza per rintracciare tutte le parti del virus mancanti, in modo da comporre l'intero codice genetico del virus.

Questa tecnica, per essere efficace ai fini della rilevazione del virus, richiede un frammento di DNA o di RNA come "primer" per poter iniziare la reazione di polimerizzazione. Nella duplicazione del DNA, il primer è un breve filamento singolo di RNA che funge da innesco per avviare la duplicazione. Infatti è conosciuto anche come "filamento di avvio della duplicazione" ed è complementare al filamento stampo del DNA.

Lo studio realizzato da Pieter Borger e dagli altri 21 scienziati che smantella il Corman-Drosten è strutturato in 10 punti cruciali o meglio "fatali".

Il Primo errore: Drosten ha sviluppato la metodologia diagnostica senza avere il virus a disposizione.

Al primo punto che è anche quello principale, Borger e soci contestano a Corman e Drosten di non avere utilizzato il virus SARS-Cov-2 come primer per il loro test ma di avere usato solo dei frammenti e di avere completato la sequenza artificialmente o "in silico". La definizione "in silico" significa che la riproduzione non è biologica ma informatica, perché il silicio è la sostanza di cui sono fatti i componenti elettronici dei computer.

La giustificazione addotta da Corman e Drosten riguardo il fatto di non avere a disposizione il virus isolato del SARS-CoV-2 è che il nuovo virus (il Covid 19) fosse secondo loro molto simile al SARS-CoV del 2003 (scoperto dallo stesso Drosten nel 2003). Quindi in pratica Drosten per l'elaborazione del Gold Standard (cioè del virus di riferimento per costruire il test diagnostico), pensava di poter andare "a rimorchio" di un altro coronavirus, simile al Covid 19, da lui scoperto nel 2003 e di completare il resto della sequenza al computer: "L'adozione e la validazione del sistema diagnostico per il covid 19 sono state strutturate in assenza di un virus isolato o di un campione originale del virus preso da un paziente. La struttura e la validazione del metodo diagnostico sono state possibili grazie alla relazione genetica simile al SARS-Cov del 2003 e aiutate dall'uso di acido nucleico sintetico." Victor Corman co-autore del Corman-Drosten ha aggiunto: "Volevamo sviluppare e mettere in campo una metodologia diagnostica robusta da usare nell'ambito dei laboratori di sanità pubblica ma non avevamo il virus a nostra disposizione".

Secondo il Dr. Pieter Borger, promotore della richiesta di ritiro del Corman-Drosten: "Senza avere il virus disponibile, gli obiettivi dichiarati da Corman non sono raggiungibili perché la carica virale è un informazione cruciale per raggiungere questi obiettivi. "L'obiettivo dello studio Corman Drosten era quello di sviluppare uno strumento diagnostico in grado di rilevare la presenza del Coronavirus SARS-CoV-2. Ma come è possibile raggiungere tale obiettivo se non hai il Gold Standard? Cioè il virus?

Che cos'è il Gold Standard

In medicina, il Gold Standard è il parametro di riferimento necessario per effettuare un test diagnostico. L'attendibilità di un test diagnostico viene valutata da quanto accuratamente il test è in grado di identificare se un soggetto è sano oppure se è malato. Perciò il Gold Standard altro non è che la malattia stessa. Nel caso del Covid 19, il Gold Standard è il virus SARS-CoV-2.

A volte può capitare, come nel caso del Corman-Drosten, che il Gold Standard, cioè la malattia, in questo caso il virus del Covid 19, non sia disponibile. Perciò sono necessari dei metodi alternativi per reperirlo.

Perciò l'obiezione di Pieter Borger è più che comprensibile: Drosten voleva creare un test in grado di rilevare il Covid 19 ma come poteva Drosten realizzare un test diagnostico attendibile del Covid senza avere il virus ma soltanto la sua sequenza genomica?

Ve lo ripeto ancora una volta: Quando Drosten ha sviluppato il gold standard del test del covid non aveva la morfologia virale del virus perché i cinesi non gli hanno mai dato il virus isolato ma soltanto una parte della sequenza genomica e non era nemmeno biologica ma informatica, perché aveva solo lo schema della sequenza in formato digitale. Esaminando la struttura della sequenza Drosten si è reso conto che la struttura base della sequenza era quella di un normale coronavirus, che assomigliava molto a un ceppo SARS da lui stesso scoperto nel 2003. Quindi ha preso la sequenza genomica di questo ceppo SARS da lui stesso scoperto 18 anni prima e seguendo lo schema datogli dai cinesi ha aggiunto la parte mancante "in silico" cioè al computer. E questo lo sappiamo come potete verificare voi stessi perché è scritto sulla cover del Corman Drosten, consultabile a questo indirizzo web la cui cover è riportata nell'immagine sottostante:



Questo significa che non c'è nessun nuovo virus in circolazione ma solo una specie di Frankenstein bio-informatico che ha come base un ceppo SARS che circola da più di 18 anni. Perché è il gold standard del test del Covid 19 che determina chi è positivo al virus e che ci dice che cos'è questo virus. E il virus sul quale si basa il test è un normale coronavirus in circolazione da quasi vent'anni.  

Perciò quando un qualunque laboratorio analisi del pianeta, dopo avere esaminato un tampone mediante la PCR, stabilisce che questo campione è positivo, ciò significa che il soggetto esaminato è positivo al ceppo SARS del 2003, in quanto è quel ceppo che costituisce il gold standard del Covid 19. In pratica si tratta di una normale influenza integrata da un marketing senza precedenti nella storia della biologia.   

Più si approfondisce questa storia più si capisce che è una pantomima.

Secondo il microbiologo Olandese Pieter Borger, senza il virus reale ma soltanto con la sequenza genomica non era possibile per Drosten nemmeno procedere alla validazione del test diagnostico.

Che cos'è la Validazione?

Un test diagnostico si dice validato quando si ha la prova che il test fornisce un esito attendibile sullo stato del campione analizzato.

La validazione di un test diagnostico è quel processo di valutazione necessario e indispensabile per verificare la validità del test dal punto di vista clinico.  

Di solito la validazione viene fatta su delle cavie animali ed è un processo che è parte integrante della metodologia diagnostica, perché senza la fase di Validazione la metodologia diagnostica non ha alcun valore. Ovviamente non avendo il virus a disposizione, Corman e Drosten non hanno potuto procedere all'esecuzione della Validazione, perciò il test diagnostico Corman-Drosten non solo è incompleto ma totalmente irrilevante dal punto di vista scientifico, oltre che da quello clinico, perché la metodologia non è stata integrata dalla sperimentazione animale, che è la condicio sine qua non affinché un test diagnostico si possa definire tale.

Errore numero 3: i cicli di amplificazione

Secondo la richiesta di ritiro dello studio, l'errore cruciale numero 3 del Corman Drosten è che il numero dei cicli di amplificazione dovrebbe essere meno di 35 (25-30).

Che cosa sono i cicli di amplificazione?

Nella Reazione a catena della Polimerasi, il valore Ct è il numero di cicli di amplificazione necessari per individuare il virus (e dichiarare il soggetto positivo). In pratica Ct è il valore-soglia dei cicli necessari per l'individuazione del virus (In inglese: Cycle Threshold).

Maggiore è il numero di cicli di amplificazione e più approfondito e accurato è l'esame diagnostico. Ed è proprio questo uno dei principali errori del metodo diagnostico Corman-Drosten: il fatto di avere previsto un numero di cicli troppo elevato per la rilevazione del virus. Che cosa significa questo? Significa che se i cicli di amplificazione sono troppo numerosi potrebbero rilevare addirittura un'influenza che hai avuto anni prima e quindi il problema non è più quello dei falsi positivi ma dell'inattendibilità totale del test in questione.

In caso di rilevazione del virus, se la soglia di amplificazione dei cicli è maggiore di 35, i segnali rilevati non sono associabili a un virus infettivo, come è stato determinato dagli studi sulla cultura cellulare del virus. Se qualcuno viene testato con la PCR come positivo con una soglia di 35 cicli o maggiore, (come nella maggior parte dei laboratori in Europa e USA) la probabilità che questa persona sia infetta è inferiore al 3% perciò la probabilità che suddetto risultato sia un falso positivo è del 97%. 

Questa obiezione sollevata da Borger e soci si basa su uno degli studi più famosi sul SARS-CoV-2, si tratta dello studio conosciuto come Jafaar et al.

Correlation Between 3790 Quantitative Polymerase Chain Reaction–Positives Samples and Positive Cell Cultures, Including 1941 Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2 Isolates.

Quindi le obiezioni che smontano il Corman Drosten non sono una prerogativa esclusiva dell' ICSLS e di Pieter Borger. In realtà l'iniziativa di Borger è soltanto l'ultimo di una serie di studi, in maggioranza prodotti dall'Università di Oxford che avevano già smantellato completamente il Corman Drosten da un pezzo ma senza ricevere alcuna attenzione da parte dei media. Stiamo parlando dello studio di Rita Jafaar, noto come Jafaar et al che ha dimostrato che la metodologia diagnostica del Corman Drosten produce il 97% di falsi positivi. E lo studio Jafaar et al non è proprio nuovo perché è stato pubblicato su Clincal Infectious Disease il 28 settembre 2020. Ma le dichiarazioni di Boris Johnson e di Dominic Raab sono addirittura antecedenti il Jafaar et al perché la dichiarazione di Dominic Raab è del 23 Settembre e quella di Johnson è addirittura del 4 Settembre.

Se si va a leggere Jafaar et al si scopre infatti che Jafaar cita addirittura uno studio precedente, sempre pubblicato dalla rivista Clinical Infectious Disease, (rivista di patogenesi pubblicata da Oxford University Press) l'ormai leggendario Bullard et al, il cui titolo è: Predicting Infectious Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2 From Diagnostic Samples pubblicato il 22 maggio 2020.

Rita Jafaar cita Bullard et al nella parte in cui afferma che "i pazienti risultati positivi con un esame PCR superiore ai 25 cicli di amplificazione non sono contagiosi" perché il virus non è stato rilevato nelle culture virali che superavano tale soglia.

Bullard et al ci dice testualmente già nella presentazione che il test RT-PCR "può rilevare solo ed esclusivamente l'RNA e NON il virus INFETTIVO", quindi la sua capacità di determinare la durata dell'infettività di un paziente è limitata.

Non solo. La frase che mette la parola fine all'affidabilità del test RT PCR è questa:

There was no growth in samples with a Ct > 24 or STT > 8 days

Non c'è crescita virale nei campioni con un Ct maggiore di 24 o quando il range di tempo tra l'inizio dei sintomi e il test è superiore a otto giorni.

Probabilmente il primo ministro inglese era stato informato di questa scoperta e per questo motivo il 4 settembre 2020 ha dichiarato pubblicamente che i test producevano oltre il 90% di falsi positivi. Johnson non si è svegliato la mattina del 4 settembre e ha deciso di smantellare la credibilità dei test covid 19. È stato costretto a farlo, perché il fatto di dichiararlo pubblicamente lo avrebbe legalmente esentato da eventuali problemi legali nel momento in cui sarebbe stato scoperto quello che grazie a Bullard et al e Borger et al sappiamo oggi e cioè che il Corman Drosten è un test clinicamente inaffidabile e come vedremo adesso un disastro totale.

In verità il colpo di grazia al Corman Drosten e al test RT-PCR non è stato dato né da Bullard et al né da Jafaar et al ma da un terzo studio, sempre pubblicato dall'Università di Oxford: Viral cultures for COVID-19 infectious potential assessment – asystematic review

Lo studio in questione, noto come Jefferson et al è stato pubblicato per la prima volta il 4 agosto 2020 sul sito del Nuffield Department of Primary Care, poi il 29 settembre sulla rivista medica open source medRxiv per poi essere pubblicato da Clinical Infectious Disease il 3 Dicembre 2020.

Nonostante lo studio si chiami Jefferson et al è importante notare che uno degli autori è Carl Heneghan, direttore del Centre for Evidence-Based Medicine presso l'Università di Oxford e che guarda caso, il 5 settembre 2020, il giorno dopo che Boris Johnson rilasciava la sua dichiarazione sui falsi positivi, veniva citato e intervistato da Rachel Schraer, Health correspondant di BBC.

Il 5 settembre la BBC ha pubblicato questo articolo dal titolo “il test del covid 19 potrebbe rilevare frammenti di virus morti”. (titolo originale: Coronavirus: Tests 'could be picking up dead virus')

Nel suddetto articolo, la Schraer ha intervistato Carl Heneghan che aveva pubblicato l'articolo da più di un mese.

Ma perché l'articolo di Henegan è così importante?

Perché non si tratta di un semplice articolo, né di uno studio ma si tratta di uno studio che esamina altri studi scientifici, per essere precisi Jefferson et al ha esaminato 29 studi sul SARS-Cov-2. In pratica tutta la letteratura scientifica più rilevante sul Covid 19.

L'obiettivo di Jefferson et al era quello di esaminare tutte le prove finora conosciute nella letteratura medico-scientifica esistente, relative alla cultura del SARS-CoV-2 e metterle in relazione con i risultati del test RT-PCR e con altre variabili che potevano influenzare l'interpretazione del test, come ad esempio il tempo trascorso dall'inizio dei sintomi.

I punti principali di Jefferson et al che in pratica hanno smantellato il Corman-Drosten molto prima di Pieter Borger e dell'ICSLS sono questi:

1) Secondo Jefferson et al, due studi hanno dimostrato che per ogni ciclo di amplificazione in più la possibilità di rilevare il virus vivo diminuisce del 33%.

2) Sei studi hanno dimostrato che l'RNA del virus può essere rilevabile nel test RT-PCR per più di 14 giorni sebbene il suo potenziale infettivo declini dopo appena 8 giorni, anche nei casi di alta carica virale. Secondo Young et al (citato sempre da Jefferson et al) che è uno degli studi più famosi sul SARS-CoV-2, il virus è rilevabile dal tampone nasofaringeo dal test PCR per oltre 48 giorni dall'inizio dei sintomi.

3) Più del 90% dei virus isolati sono stati ottenuti da campioni che avevano un valore di Ct inferiore a 23

4) Ai fini della trasmissione del virus non solo è necessaria la presenza di un virus vivo e non dei frammenti rilevati dal PCR ma è necessario poter verificare che tale virus oltre ad essere vivo sia in grado di riprodursi.

Il problema del test RT-PCR è che non è in grado di distinguere i frammenti di virus dal virus vero e non è nemmeno capace di quantificare il virus dalle secrezioni di un paziente, quindi è clinicamente inaffidabile. Questa obiezione che Borger at al muove al Corman-Drosten non solo è condivisa dal Dipartimento della sanità del governo Britannico ma è addirittura presente in una guida del ministero per gli operatori sanitari Understanding cycle threshold (Ct) in SARS-CoV-2 RT-PCR A guide for health protection teams pagina 6.

5) Il test RT-PCR da solo non è in grado di dirci se un soggetto positivo al test sia anche un soggetto in grado di trasmettere l'infezione e come confermato dagli altri due studi principali Bullard et al e Jafaar et al i campioni amplificati con più di 30 cicli è impossibile che siano infettivi.

6) Nessun virus è stato possibile coltivare da campioni provenienti da sette aree di un ospedale di Londra i cui campioni sono stati amplificati con un Ct maggiore di 30.

7) In uno studio esaminato da Jefferson et al (Anderson et al) 20 campioni serologici positivi al virus provenienti da 12 pazienti diversi sono stati selezionati a caso da una banca dati di campioni di Covid-19 tra i 3 e i 20 giorni successivi all'inizio dei sintomi. Nessuno dei venti campioni prelevati è stato in grado di produrre una cultura virale.

8) La finestra della cultura virale è molto più breve di quella che riguarda l'identificazione dell'RNA del virus. Cosa significa? Significa che mentre l'RNA del virus puà essere rilevato in un campione anche dopo 40 giorni dall'inizio dei sintomi, il virus vivo e attivo, può essere rilevato in un campione non oltre gli 8 giorni dall'inizio dei sintomi.

9) Jefferson et al ha concluso che la durata media di vita dell'RNA virale in cultura è di massimo 4 giorni.

10) Cinque studi non hanno riportato alcuna crescita nei campioni con un Ct che va da maggiore di 24 fino a 35. La probabilità stimata di recupero del virus da un campione con un Ct maggiore di 35 è dell'8.3%

11) L'ultimo punto di questa lista vorrei dedicarlo ad uno studio meno conosciuto degli altri, Wolfel et al, Virological assessment of hospitalized patients with COVID-2019 il quale ci dice quanto segue: “Per comprendere l'infettività del virus abbiamo tentato l'isolamento da campioni clinici in molteplici occasioni. Mentre è stato possibile isolare il virus prontamente durante la prima settimana di sintomi, nessun isolato è stato ottenuto da campioni prelevati dopo l'ottavo giorno dall'inizio dei sintomi, nonostante la presenza di carica virale. Ho citato questo studio che non si distingue dagli altri per particolari virtù ma conferma quelli precedenti (principalmente Bullard et al) per un solo motivo: uno dei co-autori è Victor Corman, co-autore del Corman Drosten. Perciò con questo arriviamo al paradosso scientifico in cui un autore in uno studio a sostegno di una metodologia diagnostica afferma che un virus ha un alto tasso di infettività salvo affermare il contrario in un altro. Bisogna però notare che Wolfel et al è stato pubblicato sulla rivista Nature in data 1 aprile 2020 e non è da escludere il fatto che Victor Corman sia uno dei coautori possa trattarsi di un pesce d'aprile.

Al punto 3 della richiesta di ritiro del Corman Drosten, si afferma quanto segue:

"Ocorre sottolineare che nel Corman-Drosten non vi è alcuna menzione di quando un test è positivo o negativo né viene detto cosa definisce un test come positivo o negativo. Questi test diagnostici virologici devono sempre essere basati su una Procedura Operativa Standard (SOP) che comprenda un numero fisso di cicli PCR di amplificazione (soglia dei cicli o CT value) superata la quale un campione è considerato positivo o negativo.

Il numero massimo di cicli di amplificazione è 30. Oltre la soglia dei 35 cicli, avremo un numero esponenzialmente crescente di falsi positivi. Secondo Jaafar et al sopra i 35 cicli non è possibile isolare il Covid 19 e oltre i 35 cicli vengono rilevati solo virus non infettivi. Ricordiamo qui per dovere di cronaca che sia il Corman Drosten che l'OMS raccomandano per la rilevazione PCR una soglia di 45 cicli. In realtà la situazione è anche meno grave di quanto affermato da Pieter Borgen perché il team di Bullard et al aveva a disposizione 90 campioni positivi al RT-PCR SARS-CoV-2 e i test di cultura virale sui suddetti campioni hanno dimostrato che non è avvenuta alcuna crescita virale nei campioni che avevano una soglia di cicli superiore a 24 o in cui il paziente aveva iniziato ad avere i sintomi da più di otto giorni.

La conclusione di Bullard et al è che la probabilità di ottenere una cultura virale positiva raggiunge il suo picco massimo nel terzo giorno e da quel momento in poi decresce.

Non solo. Bullard et al ha anche dimostrato che l'aumento di una singola unità di amplificazione dei cicli diminuisce la possibilità di una cultura positiva del 32%. Quindi in pratica passando da 25 a 26 cicli la possibilità di riscontrare la positività al covid 19 diminuisce del 32%.

The Centre for Evidence-Based Medicine (CEBM) presso l'Università di Oxford nella pagina dedicata al monitoraggio del COVID 19 (Oxford COVID-19 Evidence Service) fa questa raccomandazione: La rilevazione attraverso PCR del virus ci da la possibilità di rilevare l'RNA in quantità minime ma se questo RNA rappresenta un virus infettivo, questo non è detto. Il che significa che il test della polimerasi può anche rilevare una traccia di RNA del virus e quindi identificare il campione come positivo ma questo virus è attivo? E' infettivo? E' virulento? Abbiamo visto che il test RT-PCR da solo non può rispondere a questa domanda ma i provvedimenti messi in atto dai governi che limitano la nostra libertà si basano esclusivamente su questo sistema cieco.

Il Dr. Corbett ha aggiunto: “Ci sono 10 errori cruciali nello studio Drosten sui test ma il problema principale è che nessun virus è stato isolato per sviluppare lo studio Drosten. I prodotti amplificati dal PCR non corrispondevano a nessun virus isolato all'epoca. Io la definisco "scienza del buco della zeppola". Non c'è niente al centro dello studio. Tutto lo studio si basa sul codice genetico creato al computer e tutto questo non ha niente a che fare con la realtà o con persone reali nel caso specifico con un paziente vero". Insomma questo test con il quale stanno determinando chi è positivo e chi no e sul quale hanno adottato misure restrittive della libertà di milioni di persone si basa sul nulla assoluto.

Celia Farber, giornalista di Uncover DC ha replicato al Dr. Corbett leggendogli alcune dichiarazioni che il virus del covid sarebbe stato isolato in diversi laboratori del mondo.

"Si sono stati pubblicati degli studi che affermano che hanno isolato il virus. Ma non è possibile fare controlli né verificare il fatto che l'abbiano veramente isolato. Il CDC ha prodotto uno studio lo scorso luglio, nel quale affermano: "ecco il virus isolato". Sai cos'hanno fatto? Hanno tamponato UNA PERSONA. UNA. Questo tipo era stato in Cina e aveva dei sintomi. Un paziente. E hanno presunto che avesse il corona. Quindi tutta questa roba fa acqua da tutte le parti.

Quanto affermato dal Dr. Corbett riguardo il fatto che il Covid non era stato ancora isolato al momento della pubblicazione del Corman-Drosten è stato confermato ufficialmente sia dal CDC (Centers for Disease Control and Prevention) l'agenzia USA deputata al monitoraggio del Covid 19, sia dall'EDC (European Centre for Disease Prevention and Control) che è il corrispondente europeo dell'americano CDC.

Questo documento di cui vedete un'estratto, il cui titolo è CDC 2019-Novel Coronavirus (2019-nCoV) Real-Time RT-PCR Diagnostic Panel è pubblicato sul sito del CDC ed è datato 13 luglio 2020. Il testo evidenziato dice testualmente: “Since no quantified virus isolates of the 2019-nCoV are currently available…”

 

In quest'altro documento: Current performance of COVID-19 test methods and devices and proposed performance criteria l'EDC che è l'agenzia europea la cui mission è rafforzare le difese Europee contro le malattie infettive, l'EDC dichiara che alla data del 16 aprile 2020 “Since no virus isolates with a quantified amount of the SARS-CoV-2 are currently available…”  

 
 


 

La traduzione della prima dichiarazione, quella del CDC è la seguente: “Dato che non è disponibile nessun isolato quantificato del virus 2019-nCoV…” e la data del documento è 13 luglio 2020.

La traduzione del documento dell’ EDC è: “Poiché non è disponibile nessun isolato del virus con una quantità data del SARS-Cov2…” e la data del documento è 16 aprile 2020

In pratica da queste due dichiarazioni delle due principali istituzioni sanitarie deputate allo studio e al monitoraggio del Covid 19, rispettivamente per il Governo USA e per la Commissione Europea, si evince chiaramente che né in Europa né negli USA il virus del Covid 19 è mai stato isolato. “Isolato” significa separato dal materiale inutile contenuto nel campione analizzato, come le cellule del paziente o eventuali batteri. Ma in entrambe queste dichiarazioni l’elemento più importante non è l’attestazione che il virus non sia ancora stato isolato ma è l’aggettivo che lo segue, cioè “quantificato”. Non è necessario avere una laurea in biologia per comprendere che se un virus non è stato quantificato, significa che non si conosce nemmeno la percentuale che quantifica il virus rispetto al resto del materiale analizzato. Se né i laboratori europei né quelli americani sono in grado di sapere in che percentuale il virus è presente nei campioni analizzati, significa che gli esaminatori del CDC e dell’EDC non sono stati in grado di distinguerlo dal resto del materiale analizzato e quindi di identificarlo.

L'elemento cruciale di questi due documenti per ciò che ci riguarda, ovvero l'inaffidabilità della metodologia diagnostica proposta da Corman Drosten, è la conferma del fatto che alla data del 16 aprile 2020 l'EDC non aveva ancora ufficialmente isolato il virus del Covid 19 mentre Eurosurveillance aveva approvato il Corman et al già da due mesi e l'OMS aveva già spedito i kit per il test nelle regioni colpite dal virus.

Per finire il Dr. Corbett insiste sul fatto che Eurosurveillance ha approvato lo studio di Drosten 24 ore dopo averglielo inviato. "Questo non accade mai. Ci vogliono mesi per esaminare uno studio e loro l'hanno fatto in 24 ore. È stato fatto passare senza essere esaminato. Perciò il test del Covid utilizzato in tutti i laboratori USA e UE non è stato sottoposto alle procedure operative standard. Quindi dovrebbe essere ritirato immediatamente. Se lo ritirano significa che l'intera macchina del test covid si distruggerà in mille pezzi e l'intero castello Covid 19 imploderà su se stesso. E' un castello di carte costruito sulla sabbia e noi abbiamo appena smosso la sabbia sul quale poggia.”

La richiesta di ritiro del Corman-Drosten si concentra poi sul fatto che la metodologia Corman-Drosten fa troppo affidamento sull'RT-PCR.

“I medici dovrebbero riconoscere l'accuratezza delle tecnologie di diagnostica molecolare come la RT-PCR così come dovrebbero capirne i limiti. I risultati di laboratorio dovrebbero sempre essere interpretati in un contesto di presentazione clinica del paziente tenendo in considerazione la qualità e la tempistica della raccolta dei campioni" (Kurkela, Satu, and David WG Brown. Molecular-diagnostic techniques Medicine 38.10 (2009): 535-540.)

Nel luglio del 1994 la giornalista Newyorkese Celia Farber intervistava Kary Mullis nella rivista SPIN (pag. 63) Kary Mullis è stato l'INVENTORE della tecnica della reazione a catena della polimerasi per la quale nel 1993 ha ricevuto il premio Nobel per la Chimica.

Mullis ha ripetuto più e più volte che la PCR non è stata concepita per la diagnostica dei virus, tanto è vero che nell'intervista a Celia Farber ha dichiarato:“la PCR può rivelare l'HIV in persone che hanno avuto esito negativo al test HIV sugli anticorpi"

La stessa ECDC, (European Centre for Disease Prevention and Control) l'agenzia dell'Unione Europea per il controllo e la prevenzione delle malattie, ci fa due raccomandazioni:

  1. Che un alto valore di CT (soglia dei cicli di amplificazione dell'RNA) superiore a 35 potrebbe essere dovuto alla contaminazione da parte di reagenti e come raccomandazione generale al punto numero 7, l'ECDC dichiara espressamente che i campioni positivi al SARS Cov-2 devono SEMPRE AVERE un'altissima carica virale, il che esclude tutti i cosiddetti "asintomatici" dalla categoria di soggetti che possono trasmettere l'infezione.

  2. Nonostante i risultati positivi possono essere indicativi riguardo la presenza dell'RNA del Covid nel paziente, una correlazione clinica con la storia del paziente ed altre informazioni diagnostiche sono indispensabili per determinare lo stato infettivo del soggetto.

  3. Il fatto che il Corman-Drosten sia inaffidabile, è chiaramente espresso nella guida del governo inglese Understanding cycle threshold (Ct) in SARS-CoV-2 RT-PCR A guide for health protection teams pubblicato nll'ottobre 2020 a pagina 6 dice chiaramente:; Il test RT-PCR rileva la presenza di materiale genetico virale in un campione ma non è in grado di distinguere se il virus infettivo è presente oppure no. La quantità di virus intatto nei tamponi eseguiti nella parte superiore dell'apparato respiratorio sono influenzati da fattori endogeni ed esogeni ai metodi di laboratorio.

Secondo l'ICSLS nella letteratura dei test RT-PCR è risaputo che ci sono molti rischi come i falsi positivi funzionali, che possono condurre alla misinterpretazione dei risultati del test. Per questa ragione è raccomandato ad esempio da Kurkela et al1 che il PCR sia usato sempre in tandem con una diagnosi clinica dell'infezione basata sui sintomi. Ci sono evenienze documentate di misinterpretazione che hanno creato pandemie fantasma come quella del 2004-2006 in cui una malattia respiratoria è stata per errore scambiata per un'epidemia di pertosse grazie al test PCR.

Per riassumere, i buchi fatali del test PCR Corman Drosten sono questi:

  1. Non è un test specifico, dovuto ad un'erronea strutturazione del primer

  2. produce risultati variabili per non dire arbitrari

  3. Non riesce a distinguere tra il virus integro e i frammenti di questo

  4. Non riesce a distinguere il positivo dal negativo

  5. Non ha una procedura operativa standard

  6. Non è stato peer-reviewed


Dopo la lettera di ritiro inviata da Pieter Borger e dagli altri 21 scienziati, Eurosurveillance ha pubblicato questa nota:

Abbiamo recentemente ricevuto della corrispondenza riguardante uno studio pubblicato quest'anno che mette in discussione il contenuto e le procedure editoriali usate per valutare l'articolo precedenti la pubblicazione. Possiamo assicurare i nostri lettori e i nostri autori che prendiamo seriamente i commenti relativi ai contenuti scientifici, l'esame degli articoli e la trasparenza editoriale.Tutti gli articoli pubblicati dalla rivista sono peer-reviewed da almeno due esperti indipendenti del settore (o da almeno uno in caso di comunicazioni veloci). L'articolo in questione è stato anche peer-reviewed da due esperti sulle cui raccomandazioni è stata basata la decisione di pubblicarlo. Eurosurveillance sta cercando consigli di esperti al fine di discutere la suddetta corrispondenza nel dettaglio. Valuteremo secondo le nostre procedure esistenti, le richieste e
prenderemo una decisione non appena avremo indagato a fondo. Nel frattempo sarebbe inappropriato per tutte le parti coinvolte di commentare o discutere ulteriormente l'argomento finché non avremo esaminato tutte le questioni.

Secondo Peter Andrews "tutti i test PCR basati sul Corman-Drosten dovrebbero essere fermati con effetto immediato e tutti quelli che vengono definiti dai media come "casi" la cui diagnosi è stata fatta seguendo il Corman Drosten, non dovrebbero effettuare alcuna quarantena. Inoltre tutti i decessi Covid presenti e passati e i tassi di infettività dovrebbero essere soggetti ad un inchiesta retroattiva mentre tutti i lockdowns, le chiusure e le altre restrizioni dovrebbero essere urgentemente riviste ed allentate.

Esistono 78 tipologie di tamponi, alcune delle quali importate dalla Cina; nessuna di queste è mai stata controllata o ispezionata né convalidata edè la Commissione europea ad affermarlo nel Working Document del 16 aprile scorso. (Titolo del documento: Current performance of COVID-19 test methods and devicesand proposed performance criteria) il Centre for Evidence-Based Medicine (CEBM) presso presso l'Università di Oxford è un centro di divulgazione di evidenze scientifiche il cui direttore ricordiamo è Carl Henegan co-autore di Jefferson et al, lo studio più importante finora realizzato sul Covid 19.

Da quando è iniziata l'emergenza del Covid 19 il centro aggiorna continuamente questa pagina del loro sito che si chiama Covid 19 Evidence Service.

Il CEBM ha sempre pubblicato aggiornamenti che erano estratti dagli studi che abbiamo finora menzionato: Jefferson et al, Bullard et al, Jafaar et al, Young et al etc. Il che significa che la scienza ufficiale britannica ha sempre conosciuto la vera portata di questa epidemia ed ha sempre pubblicato i risultati degli studi e bisogna riconoscere che questo merito va attribuito all'Università di Oxford, senza la quale oggi non sapremmo niente di questo virus ma affogheremmo totalmente nel panico creato dai nostri governi. Purtroppo per i nostri governanti l'Università di Oxford esiste e lavora e a breve, nel momento in cui le pubblicazioni menzionate in quest'articolo riusciranno ad entrare nel circuito dei media mainstream i governi dovranno iniziare a tenerne conto.


Questa pagina che trovate qui è pubblicata sul sito www.uk.gov dice testualmente:

Dal giorno 19 marzo 2020 nel Regno Unito, il COVID-19 non è più considerata una malattia infettiva con gravi conseguenze.

Nel gennaio 2020 Il sistema sanitario HCID (High Consequences Infectious Diseases) delle 4 nazioni (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del nord) aveva rivolto una raccomandazione ad interim per classificare il COVID-19 come una malattia infettiva con gravi conseguenze. Questa classificazione è stata basata considerando i criteri del protocollo HCID riguardo il virus e sulle informazioni disponibili durante i primi stadi dell'epidemia. Adesso che si conosce di più riguardo il COVID 19, le istituzioni sanitarie nel Regno Unito hanno esaminato le conoscenze aggiornate sul COVID 19 che contraddicevano i criteri HCID.

Le istituzioni sanitarie britanniche hanno stabilito che molte caratteristiche sono adesso mutate; in particolare sono disponibili più informazioni riguardo il tasso di mortalità (che è generalmente basso) che adesso c'è una maggiore consapevolezza clinica e un test di laboratorio specifico e sensibile, la disponibilità del quale continua ad aumentare.

La Commissione di controllo sui patogeni pericolosi (ACDP) è quindi dell'opinione che il COVID 19 non debba più essere classificata come una malattia infettiva con gravi conseguenze.

Riguardo questa dichiarazione del governo inglese che trovate qui, la pagina in questione non è raggiungibile direttamente dalla pagina del sito www.uk.gov dedicata al Covid.

Perlomeno il sottoscritto non è riuscito a trovare alcun link diretto dalla pagina principale di monitoraggio del Covid. Se il governo inglese volesse indicarci da quale link della pagina principale si raggiunge questa pagina, lo apprezzeremmo molto. Tuttavia la pagina esiste e questa è la dichiarazione ufficiale del governo Britannico riguardo il COVID 19: e cioè che non si tratta di una malattia che ha gravi conseguenze.

Come potete leggere voi stessi, la classificazione del Covid 19 come malattia non grave da parte del governo inglese risale al marzo del 2020 ed è la posizione raccomandata al governo britannico da parte dell'Advisory Committee on Dangerous Pathogens, la commissione di controllo sui patogeni pericolosi. Tale posizione è documentata ufficialmente da una lettera inviata dal presidente della commissione il Prof. Tom Evans al Ministero della Sanità Britannico. Come potete constatare voi stessi dalla lettera, la Commissione si è espressa all'unanimità su questa classificazione del Covid 19:



Tutto questo ci aiuta a capire il motivo delle dichiarazioni del primo ministro britannico Boris Johnson e del ministro degli esteri Dominic Raab. In pratica Johnson e Raab hanno sentito la necessità di tutelarsi dal punto di vista legale, perché con le loro dichiarazioni possono affermare di avere informato il pubblico inglese riguardo l'inaffidabilità della diagnostica Covid.

Il problema è che nonostante il parere della Commissione sui patogeni pericolosi che è un ente governativo e nonostante le conoscenze scientifiche divulgate dall'Università di Oxford, il governo inglese e gli altri governi continuano ad implementare misure restrittive che sono in totale contraddizione con quanto dichiarato dalle maggiori istituzioni scientifiche del pianeta.

C'è da dire che anche nel sito del CDC, l'agenzia governativa USA per il controllo delle malattie vengono citati sia Bullard et al sia Young et al e in generale viene riconosciuta la non infettività del Covid 19 superati i dieci giorni dall'inizio dei sintomi ma nonostante questo le istituzioni governative implementano misure restrittive della libertà di movimento, obbligano le persone a indossare le mascherine come se vivessero in un'altra realtà.

La domanda è fino a quando i governi potranno ignorare le istituzioni medico scientifiche?

Il 13 gennaio 2021 l'Organizzazione Mondiale della sanità ha emesso questo comunicato destinato agli operatori dei laboratori analisi che utilizzano la diagnostica Corman-Drosten. Nella nota si legge che l'OMS richiede agli utilizzatori che vogliono interpretare i risultati dei campioni eseguiti con la PCR di seguire le istruzioni per l'uso allegate alle apparecchiature dignostiche per gli esami in vitro (reagenti, materiale di controllo, contenitori dei campioni, software etc.) 

 “Users of RT-PCR reagents should read the IFU [Information for Use] carefully to determine if manual adjustment of the PCR positivity threshold is necessary to account for any background noise which may lead to a specimen with a high cycle threshold (Ct) value result being interpreted as a positive result.”

In pratica l'OMS in questo paragrafo dichiara che l'utilizzo di troppi cicli, cioè di una soglia di cicli alta può produrre come risultato dei falsi positivi. 

“In some cases, the IFU will state that the cut-off should be manually adjusted to ensure that specimens with high Ct values are not incorrectly assigned SARS-CoV-2 detected due to background noise.”

Svolgere il test con un alto numero di cicli produce "rumore di fondo" cioè risultati di falsi positivi. In pratica il paziente viene informato che è positivo ma non lo è.
 
“The design principle of RT-PCR means that for patients with high levels of circulating virus (viral load), relatively few cycles will be needed to detect virus and so the Ct value will be low. Conversely, when specimens return a high Ct value, it means that many cycles were required to detect virus. In some circumstances, the distinction between background noise and actual presence of the target virus is difficult to ascertain.”

Quando il test è effettuato utilizzando un alto numero di cicli non è possibile stabilire la differenza tra "irilevante" e "significativo". 
 

LE CONSEGUENZE POLITICHE DELL'INIZIATIVA DI Borger et al

A livello europeo il primo provvedimento amministrativo emesso da un tribunale che tiene conto degli studi menzionati in questo articolo è una decisione della Corte d'Appello di Lisbona che ha messo fine ad un provvedimento di quarantena adottato dal dipartimento sanitario regionale delle Azzorre nei confronti di quattro cittadini tedeschi. Secondo la Corte “il test RT PCR è inadatto a stabilire oltre ogni ragionevole dubbio che un risultato positivo corrisponda nei fatti all'infezione da Covid-19.” Gli studi citati dalla corte a sostegno di questa decisione sono Jafaar et al e uno studio pubblicato sul Lancet False-positive COVID-19 results: hidden problems and costs. 

Il secondo caso è del Tribunale Amministrativo di Vienna che il 24 marzo 2021 con  la sentenza VGW-103/048/3227 / 2021-2 ha sancito l'inaffidabilità del test RT-PCR come metodologia diagnostica idonea alla rilevazione del virus SARS-CoV-2, impedendo così al governo austriaco di adottare misure restrittive. Questa decisione è stata presa sulla base oltre che dello studio Bullard et al sopracitato anche sulla base della circolare OMS  del 21 gennaio 2021: WHO Information Notice for IVD Users 2020/05 - Nucleic acid testing (NAT) technologies that use polymerase chain reaction (PCR) for detection of SARS-CoV-2

Ad ogni modo, il Corman-Drosten su cui si basa la diagnostica del covid e tutti i dati prodotti e diffusi dai governi e dai media di tutto il mondo, è praticamente imploso su se stesso e in ambito scientifico ha ormai perduto qualunque credibilità. Adesso la palla è in mano a coloro che devono far arrivare questa informazione al pubblico, cioè editori e giornalisti.

L'obiettivo di questo articolo era quello di spiegare per sommi capi e quanto più nel dettaglio possibile in una pubblicazione non scientifica la fallacità della metodologia diagnostica Corman Drosten.

Tuttavia non è possibile non notare una discrepanza abissale tra la consapevolezza scientifica riguardo la non esistenza di un nuovo virus e di conseguenza lo scarso potenziale infettivo del Covid 19, in quanto trattasi di un coronavirus in circolazione da quasi vent'anni e le misure restrittive messe in atto dai governi. Non si può non concludere che le misure restrittive messe in atto per la diffusione del covid 19 non hanno alcuna base medico-scientifica e quindi dovrebbero cessare immediatamente oppure i governi che le implementano hanno il dovere di inventarsi un altro motivo plausibile e comunicarcelo.


Gianluca D'Agostino




Gianluca D'Agostino ha lavorato per CNN a Washington DC e per Associated Press a Roma e Tirana. Ha intervistato Larry King e chiesto al presidente di Microsoft Bill Gates del suo problema con l'Antitrust USA. D'Agostino ha un dottorato di ricerca in Teoria dell'Informazione e della Comunicazione presso l'Università di Macerata, è stato Visiting Scholar presso il Media and Communication Department della Fordham University presso il Film Studies Program dell'University of California Berkeley e Ricercatore presso il Center for the Study of the Novel, Dipartimento di Inglese dell'Università di Stanford. I suoi libri sono presenti nelle biblioteche delle università di Bologna, Venezia, Roma, Francoforte, NYU, Princeton, Yale.

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1Kurkela, Satu, and David WG Brown. “Molecular-diagnostic techniques.” Medicine 38.10. (2009): 535-540.

Sunday, August 23, 2020

SEROQUEL: LA PILLOLA DEL SUICIDIO

 



Nel 2010 AstraZeneca ha sottoscritto un accordo di risarcimento danni con il Dipartimento della Giustizia USA per un importo di $520 milioni di dollari per avere diffuso informazioni false sul Seroquel (quetiapina).

Il Seroquel è stato concepito come farmaco contro la schizofrenia e il disturbo bipolare mentre AstraZeneca ha promosso l'utilizzo del farmaco per tutt'altra serie di patologie.

Infatti tra il 2001 e il 2006 AstraZeneca ha pubblicizzato il Seroquel a psichiatri e ad altri specialisti per patologie mai autorizzate dall'FDA (Food and Drug Administration)

Tra gli illeciti commessi da AstraZeneca:

1) L'indicazione dell'utilizzo di Seroquel come sonnifero

2) L'aver corrotto due funzionari del dipartimento della sanità dello stato del Texas con 460.000 dollari per far si che questi prescrivessero il Seroquel ai minori ospiti di orfanotrofi e di altre strutture pubbliche.

3) L'omissione del suicidio tra gli effetti collaterali del medicinale, cosa questa che ha causato numerosi suicidi negli Stati Uniti e che ha portato circa 26.000 ricorrenti a fare causa all'azienda.

Secondo l'FDA il Seroquel è stata la sospetta causa primaria o secondaria di 20.000 "eventi avversi" cioè suicidi. Questo numero include 1754 morti in cui il Seroquel è stato il sospetto primario e 2309 morti in cui il farmaco era il sospetto secondario. Nel 93% dei casi la causa è stata un'indicazione non presente nel foglietto illustrativo.

Per darvi un'idea di che volume di affari stiamo parlando, vi basterà sapere che nel solo 2011 e soltanto con la vendita del Seroquel AstraZeneca ha fatturato $5.8 MILIARDI di dollari. La sanzione comminata all'azienda come risarcimento complessivo alle vittime e ai loro familiari è stata di 520 milioni di dollari.

In pratica un decimo del fatturato della vendita del Seroquel in un solo anno. Quindi pagare una sanzione corrispondente ad un decimo del fatturato di un anno di un solo medicinale è stato sicuramente un buon investimento.

Il Seroquel è venduto e distribuito anche in Italia sopratutto nelle strutture pubbliche, nei ricoveri per anziani e in particolare nei SERT ma non sappiamo per quali indicazioni. In ogni caso in Italia le notizie dei risarcimenti ottenuti dai parenti delle vittime decedute negli USA  non sono mai state tradotte, pubblicate né diffuse in alcun modo. 

Dal 2009, anno del risarcimento delle 26.000 vittime ad oggi sono passati 11 anni e nessuno parla più di questa storia.

Quello che abbiamo saputo è che AstraZeneca è l'azienda designata dal governo italiano per produrre il vaccino contro il COVID 19.

Buona Vita! 



Wednesday, April 15, 2020

DATI DEL COVID 19: UN HORROR IN STILE VANZINA


Analisi narrativa del racconto fatto dagli organi di informazione sull'emergenza COVID 19

Dal 9 Marzo 2020 l’emergenza Coronavirus creata dai news media ha alimentato un clima di terrore spesso non giustificato dai dati.

Questo articolo che non ha ambizioni analitiche di natura medico-scientifica, è un’analisi fattuale della struttura narrativa del film Coronavirus che ci è stato raccontato dai media e nel quale stiamo tutti vivendo.

La domanda alla quale questo articolo vuole rispondere è la seguente: l’allarmismo sul Coronavirus creato dalla narrazione degli organi di informazione è giustificato dai dati ufficiali?

L’obiettivo è quello di far rispondere a questa domanda il lettore, sulla base delle informazioni finora raccolte e che sono oggetto dell'analisi narrativa che trovate riassunta di seguito.

L’intera narrazione del film Coronavirus si basa sui dati. Questi famosi dati di cui tutti parlano e che i media ci propinano quotidianamente sono in realtà qualcosa di mitologico e leggendario perché nessuno li conosce veramente, nemmeno coloro che dovrebbero possederli di diritto e gestirli per nostro conto.

Finora infatti la pubblica amministrazione, sia quella di livello statale che regionale, non ha rilasciato ufficialmente alcun dato ufficiale che ci permetta di poter valutare la portata epidemiologica, il tasso di diffusione, il tasso di mortalità e quindi il livello di pericolosità del fenomeno Coronavirus.

Al fine di fornire sin da subito uno strumento di lettura efficace al lettore che vuole comprendere meglio come distinguere le notizie false dalle informazioni comprovate, sarà sufficiente che ogni volta che il lettore legge un articolo, un report, una statistica o ascolta una conferenza stampa, verifichi semplicemente che i dati forniti: 1) siano collocati in un’area geografica determinata 2) che siano all'interno di un quadro temporale delimitato (da - a) e, soprattutto, se si sta parlando di numero di decessi 3) che la causa di morte sia stata giuridicamente accertata mediante autopsia, o perlomeno mediante tampone.

Cosa significa questo? Che qualunque informazione relativa a decessi e contagi deve sempre essere inserita in una finestra temporale di riferimento, che contenga le preposizioni “DA - A” e che qualunque narrazione che racconti la storia di qualcuno che è deceduto a causa del Coronavirus debba essere sempre supportata da un referto autoptico.
Infatti solo la presenza di un’autopsia operata da un medico legale può garantire giuridicamente la veridicità del racconto. Mi sembra legittimo ricordare a tutti che in assenza di un’autopsia non c’è causa di morte accertata e senza causa di morte non possiamo mettere Covid 19 nel titolo di un articolo.

Nelle ultime settimane il sottoscritto ha raccolto e verificato le storie raccontate dai principali organi di informazione richiedendo e analizzando i dati forniti dalle istituzioni statali e regionali preposte alla gestione dei dati.

Il quadro che ne è emerso differisce in maniera sostanziale dalla narrazione raccontata dai principali news media ma lasciamo che sia il lettore a giudicare.

Cominciamo dall’inizio:

Il giorno 8 aprile 2020 ho richiesto all'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) i dati relativi al numero di decessi avvenuti sul territorio nazionale nel primo trimestre del 2019 e quelli relativi al primo trimestre del 2020 perché volevo verificare e quantificare l'impatto demografico dell'epidemia.

Nel primo trimestre del 2019 (1 gennaio - 31 Marzo) i decessi dei cittadini italiani residenti sul territorio nazionale sono stati 185.967 (Fonte: ISTAT)

Per quanto riguarda i dati del primo trimestre 2020 l'ISTAT non li ha rilasciati.

L'unica fonte disponibile riguardo il primo trimestre 2020 è quella di Italiaora.org - Real Time Statistic Project, secondo cui il numero dei decessi è intorno ai 180.000.

Ora, se ci fosse una pandemia in corso, i decessi del primo trimestre di quest'anno dovrebbero essere di più e non di meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.

Il dato di Italiaora.org non mi è stato confermato dall'ISTAT perché l’ISTAT non ha rilasciato i dati totali dei decessi del 2020 ma soltanto una “selezione”.

Prima che io potessi sollevare alcuna obiezione sull'incompletezza dei dati, l'ISTAT ha allegato ai dati a me forniti la seguente nota: "i dati messi a disposizione non riguardano un campione di comuni, ma una selezione di questi ultimi pari a 1.084 comuni."

Tenete presente che il numero totale dei comuni italiani è di 7904 e che quindi la percentuale dei dati che l'ISTAT ha messo a disposizione e che loro definiscono "selezione" è circa il 13% dei comuni italiani. L’ufficio stampa dell’ISTAT mi ha riferito che è la prima volta che l’ISTAT fornisce una selezione dei dati e non il numero totale dei decessi e questo è dovuto all’emergenza COVID 19.

La “selezione” fornita da ISTAT non può nemmeno essere definita un campione statistico perché un campione è costituito in modo da consentire, con un rischio definito di errore, la generalizzazione all’intera popolazione. Ma per loro stessa ammissione, si tratta di "una selezione", operata sulla base di una loro non specificata “valutazione” che in termini statistici non è rappresentativa di nulla.

Qui suona il primo campanello d’allarme perché tutti gli organi di informazione stanno pubblicando dati sui decessi relativi al primo trimestre 2020, mentre l’Istituto Nazionale di Statistica, che è l’organo preposto dal governo per le statistiche demografiche, non ha pubblicato nessun dato ufficiale né conferma quelli forniti dagli organi di informazione.

Insieme all'ISTAT l'altro ente del Governo italiano preposto alla gestione dei dati anagrafici riguardanti la popolazione è l'Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) che fa capo al Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali del Ministero dell'Interno. Oltre a questi due enti c'è il Sistema nazionale di sorveglianza della mortalità giornaliera (SISMG) che monitora in tempo reale il numero dei decessi giornalieri nella popolazione e segnala eccessi di mortalità al fine di attivare in tempi brevi interventi di risposta all'emergenza. Tuttavia il SISMG monitora soltanto 34 città italiane, che rappresentano solo il 20% della popolazione Italiana.

E nessuna, ripeto, nessuna di queste istituzioni ha finora fornito dei dati ufficiali e completi sul numero dei decessi avvenuti in Italia dal 1 gennaio 2020 ad oggi.

Quindi l'unica domanda che continuo a farmi é: da dove prendono i numeri dei decessi i giornali e i network tv?

A confondere ancora di più il quadro è il Decreto legislativo 6 settembre 1989, n. 322, “Norme sul Sistema statistico nazionale e sulla riorganizzazione dell' Istituto nazionale di statistica” che all'art.9 (disposizioni per la tutela del segreto statistico) prevede che in casi straordinari l'ISTAT può apporre il cd. segreto statistico.

In pratica l'ISTAT può rifiutarsi di fornire i dati raccolti e all'art. 8 dello stesso decreto "Segreto di ufficio degli addetti agli uffici di statistica" si sancisce che "Le norme in materia di segreto d'ufficio previste dal vigente ordinamento dell'impiego civile dello Stato si applicano a tutti gli addetti agli uffici di statistica". Il che significa che se viene posto il segreto statistico ad alcuni dati, gli addetti agli uffici di statistica sono obbligati a non rivelarne l'esistenza al richiedente, ma possono fornirli solo ad un magistrato che ne faccia eventualmente richiesta.

Vediamo per quali finalità l'ISTAT può opporre il segreto sui dati raccolti. Al primo comma dell'articolo 9 del decreto si sancisce che i dati non possono essere esternati se non in forma aggregata, cioè i dati rappresentano una moltitudine di soggetti in modo che non si possa identificare i soggetti-oggetto dei dati. Quindi il comma serve a tutelare il diritto alla riservatezza e alla privacy.

Al secondo comma dell'art. 9 si ripete il contenuto del primo comma ma la sorpresa arriva al terzo comma che riporto integralmente:

In casi eccezionali, l'organo responsabile dell'amministrazione nella quale è inserito l’ufficio di statistica può, sentito il comitato di cui all'art. 17, chiedere al Presidente del Consiglio dei Ministri l'autorizzazione ad estendere il segreto statistico anche a dati aggregati.

Di conseguenza l'ISTAT può in casi eccezionali apporre il segreto alla pubblicazione dei dati in loro possesso, nonostante all'art. 10 del decreto "Accesso ai dati statistici" si sancisca che:

I dati elaborati nell'ambito delle rilevazioni statistiche comprese nel programma statistico nazionale sono patrimonio della collettività e vengono distribuiti per fini di studio e di ricerca a coloro che li richiedono secondo la disciplina del presente decreto, fermi restando i divieti di cui all'art. 9.

Ricapitolando: da una parte abbiamo il sistema dell’informazione dei mass media che crea allarmismo diffondendo dei dati che non hanno alcun riscontro demografico perché le istituzioni preposte non li hanno mai pubblicati. Dall’altra abbiamo le istituzioni come Istat e Ministero dell’Interno che non forniscono alcun dato ufficiale riguardo il numero dei decessi.

Se volessimo usare una metafora cinematografica, potremmo dire di essere dentro il film Scemo più scemo. Ma qui stiamo parlando della Pubblica Amministrazione che si rifiuta di fornire dati ufficiali riguardo il numero dei decessi di quello che sembra essere il peggiore caso di epidemia nella storia recente del nostro paese. Nel frattempo i media hanno generato uno stato di allarmismo senza il supporto di alcun dato demografico né giuridico. Dobbiamo infatti tenere presente che oltre al numero dei decessi ciò che manca è la causa di morte, che è l’unico elemento giuridico in grado di identificare e quantificare la presenza di un’epidemia.

Questa riportata nell'immagine è la pagina 3 della circolare del Ministero della Salute con le Indicazioni emergenziali relative all’epidemia Covid 19 riguardanti il settore funebre, cimiteriale e di cremazione pubblicata il 1 aprile 2020 che trovate qui.







Provate a rispondere a questa domanda: se le autopsie sono vietate per legge, gli organi di informazione come fanno a identificare i decessi come causati da Coronavirus? 

L'unica possibilità è che tali dati si basino sui tamponi che però secondo tutti gli studi finora eseguiti e raccolti dai ricercatori dell' Oxford COVID-19 Evidence Service Team presso il Centre for Evidence-Based Medicine, Nuffield Department of Primary Care Health Sciences dell'Università di Oxford hanno un'accuratezza che varia tra il 45 e il 60% e perciò non sono affidabili. 
Lo studio dell'Oxford COVID 19 EST lo trovate qui

La conclusione è che senza autopsia non hai la causa di morte e senza causa di morte non hai il dato necessario per qualificare e quantificare il fenomeno epidemico.
L’allarmismo di fantasia però non è prerogativa esclusiva della narrazione degli organi di informazione. Il 6 aprile 2020 l'Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato un documento dal titolo “Survey nazionale sul contagio COVID-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie” che trovate qui.



La fonte dei dati dell’indagine è costituita da 2399 RSA (Residenze Sanitarie per Anziani) presenti in tutte le regioni italiane e le due province autonome, incluse nel sito dell’Osservatorio Demenze dell’ISS. Ad ognuno dei referenti di ogni singola RSA è stato inviato un questionario di 29 domande che indaga la situazione in corso a partire dal 1 febbraio 2020 e le procedure ed i comportamenti adottati per ridurre il rischio di contagio da COVID-19.  Queste strutture ospitano una popolazione complessiva di 44.457 degenti. Alle ore 9.00 del 6 aprile 2020 avevano risposto al questionario 577 strutture pari al 27% delle strutture contattate. 
La maggior parte di queste 577 RSA scrutinate dall'Istituto Superiore di Sanità si trovano nelle regioni più colpite dalla presunta pandemia: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Lazio.


Come potete verificare voi stessi, dai risultati dell'indagine riportata a pagina 9 del Survey, dal primo febbraio al 6 aprile 2020 su 3859 soggetti deceduti, soltanto 133 erano positivi al tampone del Coronavirus. Stiamo parlando di una percentuale di decessi per Coronavirus che è del 3.4%.

La prima cosa strana è che in questa pagina il compilatore identifica il dato dei 133 positivi al Coronavirus su 3859 decessi con una percentuale del 3,1% , mentre se si fa il calcolo la cifra 133 rappresenta il 3,4% di 3859.

Tuttavia l'aspetto narrativo più incredibile di questo racconto è che, se leggete il paragrafo a pagina 9 che riporto di seguito, il compilatore del racconto Survey con un artificio narrativo vorrebbe estendere il dato dei decessi per Coronavirus includendo in modo palesemente forzato nella percentuale anche 1310 soggetti con sintomi simil-influenzali.

Il compilatore infatti tenta di aggregare al dato dei positivi al tampone anche coloro che avevano dei sintomi "simil-influenzali" facendo così arrivare la percentuale al 37% e creando nel contempo una nuova categoria epidemiologica: COVID 19 + sintomi influenzali.

Non potendo ovviamente mentire su un rapporto ufficiale, perché si tratterebbe di falso in atto pubblico (Art. 483 C.P), il compilatore aggiunge all'espressione “decessi di persone positive” la frase "o con manifestazioni simil-influenzali". Una specie di gioco delle tre carte in stile medico-sanitario.

Questa impostazione narrativa si ripete anche nella TABELLA 2 a pagina 11 del Survey che riportiamo qui in basso, dove, anche se è riportato il totale dei decessi per COVID 19, che ricordiamo essere di 133 su 3859, si cerca di creare una nuova categoria di insieme, aggregando il dato dei soggetti deceduti positivi al tampone con soggetti deceduti con sintomi simil-influenzali. Un impostazione che va bene per le commedie di Vanzina ma che in un racconto dal titolo “Survey nazionale sul contagio COVID-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie” è decisamente fuori luogo.

Come potete osservare, in questa tabella (tabella 2) sono riportati soltanto le percentuali che riguardano i soggetti deceduti positivi al COVID 19, i quali vengono contabilizzati insieme a dei soggetti che avevano soltanto dei sintomi definibili come SIMIL-INFLUENZALI. Quello che manca in questa tabella è la percentuale di soggetti deceduti la cui causa di morte è stata accertata come dovuta esclusivamente a COVID 19.

Teniamo presente che la definizione “sintomi simil-influenzali” significa che il soggetto in questione non soffre di uno stato influenzale ma accusa solamente dei sintomi che possono essere tosse, febbre, mal di gola o anche soltanto uno di questi.

Le percentuali elencate nella tabella si riferiscono perciò ad un insieme di soggetti che non ha alcuna ragion d’essere aggregata, perché questo insieme è composto lo ricordiamo da quei 133 soggetti positivi al Coronavirus e dai 1310 soggetti che presentavano dei sintomi simili all’influenza.
Quindi la domanda è: perché il compilatore nel calcolare la percentuale dei decessi per Covid 19 mette insieme soggetti risultati positivi al tampone con soggetti che avevano solo dei sintomi simil influenzali?

Quale valenza medico-scientifica può avere un dato che aggrega soggetti positivi e negativi insieme?

Comprendiamo l’intento del compilatore, nel voler “arricchire” il dato dei deceduti attribuendo alla categoria dei positivi da covid 19 anche chi aveva solo dei sintomi, ma stiamo parlando di un prestigioso Istituto di ricerca che si definisce “Superiore” e che lo ricordiamo, nasce nel 1931 su iniziativa della Fondazione Rockefeller.

Questo è lo stile narrativo con il quale l'Istituto Superiore di Sanità ci racconta questo film.

Dopo avere letto il rapporto ho contattato il dott. Graziano Onder dell'ISS al quale ho chiesto se fosse possibile avere la totalità dei dati contenuti nell’indagine. Il dott. Onder mi ha risposto che per avere i dati completi bisogna fare una richiesta scritta alla PRESIDENZA dell'ISS ma ha aggiunto: "Non è detto che questi le saranno forniti". Se il lettore fosse interessato a inoltrare la richiesta l’indirizzo email è presidenza@iss.it

Questo per quanto riguarda il quadro narrativo che sono riuscito a ricostruire a livello nazionale.

A livello regionale il racconto è anche più straordinario e fantasioso e soprattutto si manifesta in aperta contraddizione rispetto alle informazioni allarmistiche diffuse dagli organi di informazione.
Partiamo dalla Lombardia che è stata la regione italiana apparentemente più colpita da questa epidemia.

All’inizio del mese di aprile 2020, la redazione di Altraeconomia, mensile di Economia indipendente, ha inoltrato richiesta di accesso civico alle Agenzie di Tutela della Salute (ATS) e alle Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST) lombarde. L'articolo di Altreconomia lo trovate qui.

Le Agenzie di Tutela della Salute (ATS), istituite nel 2015 in sostituzione delle precedenti Aziende Sanitarie Locali (ASL), sono otto e sono distribuite su tutto il territorio della Lombardia e delle sue undici province e della Città metropolitana di Milano.

L'Accesso civico (semplice o generalizzato) consente a chiunque di accedere a dati, documenti e informazioni delle pubbliche amministrazioni senza necessità di dimostrare un interesse qualificato (Art. 5, D.Lgs. 33/2013). I dati richiesti riguardavano i decessi negli ospedali e nelle RSA e i contagi del personale sanitario, inclusi i medici di base, informazioni decisive che la Regione dovrebbe avere in mano da tempo e in continuo aggiornamento. A nemmeno una settimana lavorativa dal protocollo delle istanze, avevano già risposto alla richiesta ben sei ATS su otto:Bergamo, Brescia, Brianza, Insubria, Pavia e Val Padana e la risposta è stata la stessa da parte di tutte e sei:

“Tutto il personale, non solo sanitario ma anche tecnico e amministrativo è occupato nella gestione dell’epidemia che ha particolarmente colpito il territorio di afferenza della nostra ATS”.

Massimo Giupponi direttore dell'Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo ha inoltre aggiunto: “richiedendo l’elaborazione di una mole considerevole di dati, allo stato non aggregati stante il quadro aziendale sopra descritto, non può essere evasa. E per aziende e agenzie già così provate dall’eccezionalità una richiesta di dati -teoricamente già raccolti e aggregati- non sarebbe pertanto compatibile con la necessità di assicurare il buon andamento delle strutture. Di più: si tratterebbe di nocumento sull’efficienza dell’Amministrazione nonché causa di intralcio”.

Quindi secondo il Direttore dell’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo fornire i dati dei decessi e dei contagi in Lombardia sarebbe “causa di intralcio” al buon andamento dell’amministrazione.

A fronte di questo diniego totale da parte della Regione Lombardia di fornire i dati sui decessi riguardanti l’epidemia in corso, gli organi di informazione hanno continuato e continuano tuttora a sfornare dati allarmistici sul contagio, dati che lo ricordiamo non sono confermati da nessuna istituzione sanitaria né preposta al controllo demografico o all’elaborazione statistica.

La fonte principale degli organi di informazione sono i bollettini giornalieri forniti dalla Protezione Civile e sono dati che mancano di quegli elementi strutturali fondamentali di cui vi ho parlato all’inizio di questa analisi e cioè la finestra temporale e l’area geografica di riferimento. Ad ogni modo gli organi di informazione, senza alcun riferimento temporale né geografico, si sono sbizzarriti ad elaborare i dati con modalità artistiche e stravaganti.

Adesso vi invito ad esaminare insieme a me questo breve ma significativo articolo riassuntivo della situazione epidemica nella provincia di Bergamo, pubblicato dal Corriere della Sera il 1 aprile 2020 data simbolica e significativa.

La premessa di cui bisogna tenere conto nell’analisi di questa narrazione è che la Regione Lombardia per mezzo delle Agenzie di Tutela della Salute non ha mai comunicato alcun dato ufficiale relativo nè ai decessi nè ai contagiati di Covid 19.

L’articolo, che trovate qui, è a firma di Armando Di Landro e Pietro Tosca per corriere.it pretende in sole 60 righe di descrivere la situazione in quella che, secondo l’opinione comune, è stata l’area più colpita in Italia dall’epidemia di Coronavirus e nella stessa pagina è presente il famoso video del corteo funebre militare con i camion che escono dall’ospedale da campo bergamasco.

In questo clima di morte, e con una scenografia da film dell’orrore, i due giornalisti nel paragrafo “il metodo e l'esito” della lunghezza di ben 13 righe, pretendono non solo di spiegare al lettore la metodologia statistica con la quale si è calcolato l'impatto di questa tragedia che ha colpito centinaia di famiglie ma lo fanno utilizzando un indovinello:

“Presi, per esempio, i 121 mila abitanti di Bergamo e una differenza di 478 deceduti tra i residenti in città (erano 124 a marzo 2019 e sono stati 602 quest’anno), quanti sarebbero i morti in provincia se la popolazione cittadina fosse un campione in grado di rappresentare tutta la Bergamasca?”

A parte il cattivo gusto di utilizzare la forma dell’indovinello per informare il pubblico di una tragedia simile, la domanda sottesa all’indovinello è di una superficialità unica perché la campionatura senza la presenza della variabile temporale, mai comunicata dalla Regione, non è fattibile e non ha alcun valore statistico. Inoltre riguardo i soggetti deceduti bisogna verificare su quanti di questi è stata fatta l'autopsia e sappiamo che il Ministero della Salute ha vietato l'esecuzione di autopsie sui malati da COVID 19.




Quindi questo indovinello dell'orrore pretende di rivelarci "il metodo" con il quale sono stati elaborati i dati sui decessi da Covid 19. Si tratta di una proiezione basata su una stima che non è comprovata da alcun dato demografico perché, come ripetiamo da un pò, la Regione Lombardia a tutt’oggi non ha rilasciato alcun dato ufficiale su contagi e decessi.


Inoltre è più che evidente che la forma dell'indovinello e la complicatissima formula di calcolo statistico proposta dai due "giornalisti" ha il solo obiettivo di confondere il lettore che in uno stato di tensione come quello creato da immagini di camion che portano via dei feretri non solo non può mettersi a rispondere a un indovinello ma nemmeno a fare calcoli astrusi come quelli proposti da questi due deficienti.

Ma l’elemento più creativo, se non fosse tragico, è quel numero che ho sottolineato in rosso nell’immagine (2060 vittime). Secondo i due giornalisti del corriere il numero 2060 indica i decessi per Covid 19, ancora una volta senza inquadrare il dato in una finestra temporale o geografica. La cosa drammaticamente seria è che quel numero lo ritroviamo in un altra comunicazione ufficiale riportata dal quotidiano Repubblica in un articolo pubblicato due settimane prima:



Secondo l'articolo di Repubblica che trovate qui 2060 non è il numero di decessi per Coronavirus ma è il numero di persone ricoverate in terapia intensiva. Anche qui non c’è alcuna finestra temporale né geografica che ci possa aiutare a inquadrare il dato in uno spazio e in un periodo di tempo determinati. Perciò sono dati senza senso, quindi dal film horror si passa direttamente a una commedia dei Vanzina.

La domanda che ci dobbiamo porre è quindi la seguente: questi 2060 individui sono vittime decedute a causa del Coronavirus, come raccontato dal Corriere della Sera, oppure sono pazienti in terapia intensiva come raccontato da Repubblica?

Ai fini della presente analisi la risposta non è rilevante perché ciò che questa analisi comparativa mira a dimostrare è che l’unico obiettivo della narrazione degli organi di informazione è creare terrore e allarmismo. Il tema della narrazione seguito da tutti gli organi di informazione è sempre lo stesso: seminare il terrore.

E per farlo i media utilizzano dati che non sono comprovati da alcuna istituzione perché, come dichiarato da Massimo Giupponi, direttore dell'Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo, “fornire i dati sarebbe causa di intralcio al buon andamento della pubblica amministrazione”. Questo però non impedisce alla stessa Regione Lombardia di continuare a creare allarme essa stessa continuando a non fornire alcun dato.

Il presidente della Regione Lombardia Fontana, dall’inizio dell’emergenza Coronavirus non si è mai tolto la mascherina. La cosa può essere spiegabile dal punto di vista estetico ma dal punto di vista narrativo il messaggio è eloquente: c’è pericolo.



In questo articolo di Rai News che trovate qui l’assessore al Welfare della regione Lombardia Giulio Gallera si presenta in video mascherato e afferma che “i dati non consentono di rilassarci”.


La dichiarazione di Gallera a RAI NEWS è un esempio scolastico di racconto di fantasia: “I deceduti sono 10.511 con 273 nuovi decessi mentre ieri c'era stata una crescita di 216.”

Questi dati mancano dei parametri necessari e fondamentali ai fini statistici, infatti non si inquadrano in una finestra spazio temporale e soprattutto non sono supportati da un racconto sui referti autoptici. Ergo è una narrazione di fantasia. 

Quindi da una parte la Regione Lombardia nega agli organi di informazione che ne fanno richiesta l’accesso ai dati inquadrati in un’area geografica e un periodo di tempo determinati. Dall’altro lascia tutti liberi, compresi loro stessi, di sparare qualsiasi cifra perché la regola è sempre quella di seminare il terrore. E Gallera lo dice con una mascherina sul volto mentre indossa giacca e cravatta nel salotto di casa sua.  In altre parti d'Italia però qualcuno i dati sui decessi del primo trimestre del 2020 è riuscito ad averli, quantomeno quelli a livello comunale. 

L’8 aprile 2020 la giornalista Paola Fichera de La Nazione di Firenze è riuscita ad ottenere dall’anagrafe del comune di Firenze i dati sui decessi del primo trimestre 2020. Nel comune di Firenze nel periodo tra Gennaio e Marzo 2020 sono decedute 1746 persone (Fonte: La Nazione Comune di Firenze) Nel 2019, nello stesso periodo, i decessi registrati dallo Stato civile sono stati 1777 (Fonte: La Nazione Comune di Firenze) Perciò nei primi tre mesi del 2020 a Firenze sono morte meno persone che nello stesso periodo dell’anno scorso. I numeri fotografano 31 morti in meno rispetto al 2019. L'articolo di Paola Fichera lo trovate qui.

In conclusione, quello che l’analisi narrativa ci ha permesso di constatare finora sono questi tre elementi fattuali incontrovertibili:

1) La regione Lombardia si rifiuta di comunicare i dati ufficiali sui decessi agli organi di informazione perché la trasparenza sarebbe "di intralcio" all'efficienza dell'amministrazione. Allo stesso tempo la giunta Regionale della Lombardia diffonde essa stessa dei dati allarmistici che non si inquadrano in nessuna area geografica né in una finestra spazio temporale e non sono supportati da referti autoptici. Quindi si tratta di dati giuridicamente non comprovati che mirano esclusivamente a creare terrore e allarme ingiustificato;

2) L'ISTAT per la prima volta si rifiuta di comunicare i dati sui decessi del primo trimestre dell'anno in corso;

3) L'Istituto Superiore di Sanità aggrega ai soggetti positivi soggetti che manifestavano soltanto sintomi simil influenzali, gonfiando così le percentuali.

4) I media sono totalmente liberi di diffondere dati non comprovati o addirittura inventati perché tanto nessuna istituzione ha rilasciato dati ufficiali sui decessi che siano giuridicamente comprovati come causati da COVID 19, in quanto le autopsie sono ILLEGALI per ordine del Ministro della Salute.

Sulla base del film fin qui narrato, ci auguriamo che il lettore sia adesso in grado di rispondere alla domanda che è stata posta all'inizio di questa analisi narrativa.

Per quanto riguarda il Governo Italiano e la Regione Lombardia che sono i registi e produttori di questa commedia horror, ci dovrebbero rivelare quello che in sceneggiatura viene definito “l'antagonista” cioè chi è il nemico, perché ancora non è chiaro se il nemico è questo virus di cui non si sa niente perché nessun dato a riguardo è stato diffuso, oppure se il nemico siamo noi cittadini inermi oppure se il nemico è chi ci costringe a stare agli arresti domiciliari senza alcuna giustificazione valida. 

A voi la scelta!

Attendiamo risposta.

To be Continued...


Gianluca D'Agostino ha un dottorato di ricerca in Teoria dell'Informazione e della Comunicazione conseguito presso l'Università di Macerata, è stato ricercatore presso il Dipartimento di Inglese dell'Università di Stanford, Visiting Scholar presso il Film Studies Department dell'Università della California Berkeley e presso il Media and Communication Department della Fordham University. 
Il suo saggio “High Concept, ideazione narrativa e marketing nel grande cinema” è presente nelle principali università: Bologna, Roma 3, IUAV, Francoforte, Princeton, Yale e New York University. E' consulente narrativo di autori di fiction e saggistica e per le principali case editrici italiane

https://unimc.academia.edu/GianlucaDAgostino

Wednesday, April 8, 2020

Perché i dati ISTAT sui decessi sono stati secretati?



Il giorno 8 aprile 2020 ho richiesto all'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) i dati relativi al numero di decessi sul territorio nazionale del primo trimestre del 2019 e del primo trimestre del 2020 perché volevo verificare e quantificare l'impatto della presunta pandemia da Coronavirus.

Nel primo trimestre del 2019 (1 gennaio - 31 Marzo) i decessi sul territorio nazionale italiano sono stati 185.967 (Fonte: ISTAT)

Per quanto riguarda invece il primo trimestre 2020 il numero dei decessi sembra che si assesti intorno a 180.000. (Fonte: Italiaora.org - Real Time Statistic Project) ma altre fonti istituzionali riferiscono che siano addirittura di meno.

Ora, se ci fosse una pandemia in corso, i decessi del primo trimestre di quest'anno dovrebbero essere di più e non di meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.

Il dato di Italiaora.org non mi è stato confermato dall'ISTAT perché l'ISTAT non mi ha mandato i dati totali dei decessi del 2020 ma soltanto una selezione.

Prima che io potessi sollevare alcuna obiezione sull'incompletezza dei dati forniti, l'ISTAT ha allegato ai dati a me forniti la seguente precisazione: "i dati messi a disposizione non riguardano un campione di comuni, ma una selezione di questi ultimi pari a 1.084."

Tenete presente che il numero dei comuni italiani è di 7904 e che quindi la percentuale dei dati che l'ISTAT mi ha messo a disposizione e che loro definiscono "selezione" è di circa il 13% del totale. 

Mentre per i parametri ISTAT il totale dei comuni non è 7904 che è il numero effettivo e reale dei comuni italiani ma per l'ISTAT i comuni di riferimento per le loro ricerche sono soltanto i comuni subentrati nell'Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) che sono 5.866.

La selezione fornita da ISTAT non è un campione perché un campione è costituito in modo da consentire, con un rischio definito di errore, la generalizzazione all’intera popolazione. Ma per loro stessa ammissione, si tratta di una SELEZIONE, operata sulla base di una loro non specificata "VALUTAZIONE" che in termini statistici non è rappresentativa di nulla. 





Insieme all'ISTAT l'altro ente del governo italiano preposto alla gestione dei dati anagrafici riguardanti la popolazione è l'Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) che fa capo al Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali del Ministero dell'Interno. Oltre a questi due enti c'è il Sistema nazionale di sorveglianza della mortalità giornaliera (SISMG) che monitora in tempo reale il numero dei decessi giornalieri nella popolazione e segnala eccessi di mortalità al fine di attivare in tempi brevi interventi di risposta all'emergenza. Tuttavia il SISMG monitora soltanto 34 città italiane, che rappresentano solo il 20% della popolazione Italiana.

E nessuna ripeto NESSUNA di queste istituzioni ha finora fornito dei dati ufficiali e completi sul numero dei decessi avvenuti in Italia dal 1 gennaio 2020 ad oggi.

Quindi l'unica domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: Da dove prendono i numeri dei decessi i giornali, i network tv e i news media?

A confondere ancora di più il quadro è il Decreto legislativo 6 settembre 1989, n. 322, “Norme sul Sistema statistico nazionale e sulla riorganizzazione dell'Istituto nazionale di statistica” che all' art. 9 (disposizioni per la tutela del segreto statistico) prevede che in casi straordinari l'ISTAT può opporre il cd. segreto statistico. 
In pratica l'ISTAT può rifiutarsi di fornire i dati raccolti e all'art. 8 dello stesso decreto "Segreto di ufficio degli addetti agli uffici di statistica" si sancisce che "Le norme in materia di segreto d'ufficio previste dal vigente ordinamento dell'impiego civile dello Stato si applicano a tutti gli addetti agli uffici di statistica". Il che significa che se viene posto il segreto di stato ad alcuni dati, gli addetti agli uffici di statistica sono obbligati a non rivelarne l'esistenza al richiedente ma solo ad un magistrato che ne faccia eventualmente richiesta.

Vediamo per quali finalità l'ISTAT può opporre il segreto di stato sui dati raccolti. Al primo comma dell'articolo 9 del decreto si sancisce che i dati non possono essere esternati se non in forma aggregata, cioè i dati rappresentano una moltitudine di soggetti in modo che non si possa identificare i soggetti oggetto dei dati. Quindi il comma serve a tutelare il diritto alla riservatezza e alla privacy.

Al secondo comma dell'art. 9 si ripete il contenuto del primo comma ma la sorpresa arriva al terzo comma che riporto integralmente per vostra visione: 

In casi eccezionali, l'organo responsabile dell'amministrazione nella quale è inserito lo ufficio di statistica può, sentito il comitato di cui all'art. 17, chiedere al Presidente del Consiglio dei Ministri l'autorizzazione ad estendere il segreto statistico anche a dati aggregati.

Di conseguenza l'ISTAT può in casi eccezionali apporre il segreto di stato alla pubblicazione dei dati in loro possesso, nonostante che all'art. 10 del decreto "Accesso ai dati statistici" si sancisca che: "I dati elaborati nell'ambito delle rilevazioni statistiche comprese nel programma statistico nazionale sono patrimonio della collettività e vengono distribuiti per fini di studio e di ricerca a coloro che li richiedono secondo la disciplina del presente decreto, fermi restando i divieti di cui all'art. 9.

Ricordiamo che l'ISTAT è supervisionato dalla Commissione per la garanzia dell'informazione statistica presso la Presidenza del Consiglio.

Viviamo in un mondo in cui ancora esistono i segreti che sono soltanto un altro nome delle menzogne.

Allego di seguito il decreto legislativo 6 settembre 1989, n. 322, “Norme sul Sistema statistico nazionale e sulla riorganizzazione dell'Istituto nazionale di statistica”

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/1989/09/22/222/sg/pdf


Sunday, November 11, 2018

L'incendio in California come la terra dei fuochi? Si ma radioattivo!






Il laboratorio di Santa Susana è un complesso di ricerca industriale che occupa un area di circa 10 km2 nella Simi Valley in California. Il laboratorio è stato usato principalmente per:

1) lo sviluppo e la sperimentazione di propellente liquido per razzi durante il programma spaziale dal 1949 fino al 2006

2) la sperimentazione di reattori nucleari dal 1953 al 1980

3) la ricerca sui metalli liquidi dal 1966 al 1998


Il sito è localizzato a circa 48 km a nordovest dal centro di Los Angeles ed è in questo momento circondato dal Woosley Fire, l'incendio che sta devastando la contea di Ventura.
Migliaia di litri di trielina che è altamente cancerogena furono scaricati su queste basi di lancio durante ogni test sul terreno sottostante. La trielina e alcuni rifiuti nucleari si trovano nelle aree 1 e 2 del Santa Susana Field Lab già aggrediti dal fuoco l'altro ieri ma la parte più pericolosa è l'area 4 che ha preso fuoco ieri pomeriggio e che è contaminata da Plutonio, uranio, cesio e stronzio. 

      L'area 4 del Santa Susana Field Laboratory in fiamme ieri  10/11/2018


Tuttavia il DTSC Dipartimento per il Controllo delle Sostanze Tossiche ha dichiarato che non c'è alcun periodo di contaminazione radioattiva mentre ci sono prove che la contaminazione dura da anni e che l'incidenza di malattie tumorali nell'area distante un miglio dall'impianto è di circa il 60%. Mentre l'incidenza del cancro al seno sulle donne è di circa il 20% più alto rispetto alla media dello stato della California.


Il DTSC negli anni passati aveva promesso ai residenti che la bonifica del terreno sarebbe stata fatta entro il 2017 ma purtroppo non è stato fatto niente eccetto permettere agli inquinatori di lasciare i rifiuti nel sito per essere bruciati.

In effetti i costi di smaltimento di rifiuti tossici di questo tipo sono enormi e un incendio per qualsiasi società è provvidenziale perché risolve tutti i problemi di smaltimento con la sola conseguenza di avere un'insignificante perdita di vite umane. Secondo l'Associazione dei genitori contro il disastro del laboratorio di Santa Susana la società Boeing che ha gestito l'impianto starà facendo salti di gioia. Perché la bonifica adesso non sarà fatta fino al 2034.



Che dire...avanti verso l'abisso!









Pagina dell'Associazione Genitori contro il disastro del laboratorio di Santa Susana:
https://www.facebook.com/groups/parentsvsssfl/


Saturday, May 30, 2015

Mattarella mette in imbarazzo l'Italia restando impalato di fronte alla Regina




Non ci sono scuse che tengono quando sei il Presidente della Repubblica e resti muto e impalato in fronte ad un altro capo di Stato, specialmente se il capo di Stato in questione è la Regina d'Inghilterra e dovresti quantomento salutarla al meglio delle tue possibilità mostrando nel contempo una qualche forma di ispirazione. 

La mancanza di ispirazione indica o che sei inadeguato per il ruolo oppure che sei inadeguato per il ruolo. Tertium non datur. 

Nel video vediamo Mattarella entrare nella stanza e stringere la mano della Regina mentre questa gli dice:" Buongiorno...sono lieta di avere la possibilità di incontrarla oggi.." e mentre la Regina si aspetta una qualche reazione umana, vediamo la faccia di quest'uomo produrre una smorfia di dolore mentre rimane impalato e incapace di produrre il benché minimo suono.

Il Presidente non ha pronunciato una sola parola e non è stato nemmeno capace di mostrare il minimo entusiasmo nell'incontrare la Regina Elisabetta. In verità sembra completamente assente e si può sentire la Regina chiedergli "è la sua prima volta a Londra?" 

Ecco cosa amo dell'umorismo Inglese: che è assolutamente pungente. La Regina gli ha fatto presente il suo essere assente con una semplice domanda che in verità nascondeva un altra domanda e questa in realtà era un affermazione: "I tuoi genitori hanno anche figli normali?" 

Hai la possibilità di una vità di incontrare la Regina e rimani inebetito e muto? Sei il Presidente della Repubblica o uno che passa di li per caso?

La seconda domanda della regina è il vero colpo mortale perché la Regina dice "E da quanto tempo lei è Presidente?" la cui traduzione è "I tuoi genitori lo sanno che sei qui?" 

Che cosa direste a un dignitario straniero che non è in grado di produrre un semplice suono e resta immobile di fronte a un altro Capo di Stato? Che è inadeguato per quel ruolo. Punto.

La cosa peggiore è che quello che il Presidente Mattarella ha combinato in presenza della Regina d'Inghilterra non è stato riportato da nessun media italiano tranne il Corriere della Sera che spostato l'attenzione sull'interprete che arriva di corsa. In pratica per nascondere ciò che ha combinato il Presidente hanno cercato di incolpare l'interprete. Ovviamente. 

Complimenti alla Regina di Inghilterra per avere aiutato il popolo Italiano a capire chi è il Presidente della Repubblica. 



Monday, April 20, 2015

L'America restituisca al popolo Libico i 30 miliardi di dollari sequestrati a Gheddafi.



Ieri nel canale di Sicilia sono morti affogati 700 profughi provenienti dalla Libia e i vari rappresentanti di governi e istituzioni hanno reagito scaricandosi la responsabilità gli uni con gli altri.

Tuttavia poche persone sanno che la causa principale della situazione di caos creatasi in Libia e la conseguente ondata di profughi abbattutasi sulle coste dell'Italia inclusi i 700 morti affogati ieri è da individuarsi nello sfaldamento dell'apparato statale Libico provocato da un maxi sequestro di fondi governativi che servivano a tenere in piedi lo stato Nordafricano.

Il 25 Febbraio 2011, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d'America ha confiscato 30 miliardi di dollari in contanti e partecipazioni appartenenti al governo Libico in quello che è stato il più consistente sequestro di asset finanziari stranieri nella storia Americana.

La confisca è stata il risultato dell'executive order emesso il 25 Febbraio 2011 dal Presidente Americano Barack Obama ed era parte dello sforzo dell'amministrazione Obama di fare pressioni su Gheddafi affinché si dimettesse. Siccome Gheddafi è morto da quasi quattro anni ormai, non credo sia necessario continuare a esercitare una tale pressione sul popolo Libico, anche perché la situazione di caos creatasi dallo sfaldamento dell'apparato statale si sta riversando sulle spalle degli Italiani e degli Europei che sono costretti ad affrontare l'emergenza degli sbarchi di profughi sulle coste Italiane. Qualcuno potrebbe anche affermare che questo è il solito complotto degli Americani che prosperano creando situazioni di caos ma noi non crediamo nei complotti, solo nella legge fisica di causa-effetto.

Dopo l'intervento della NATO nel 2011 e il sequestro dei fondi governativi, la Libia è un paese in bancarotta e la sua economia è allo stremo, con centinaia di migliaia di Libici che combattono per sopravvivere e che fuggono dal paese su mezzi di fortuna in rotta verso l'Italia.

Una tale migrazione di massa sta suscitando la reazione della destra xenofoba Italiana che sfrutta la situazione di emergenza per raccogliere proseliti facendo finta di non sapere che il governo degli Stati Uniti è direttamente responsabile di questo disastro umanitario.

La situazione libica è adesso un emergenza umanitaria ed è giunto il momento per il governo degli Stati Uniti di restituire subito i soldi al popolo Libico che non solo ne ha un disperato bisogno ma perché sono soldi LORO.

Nel 1967 la Libia era la nazione piu' povera d'Africa mentre nel 2011 quando Gheddafi è stato assassinato la Libia aveva il reddito pro capite e l'aspettativa di vita più alti di tutta l'Africa mentre il numero di poveri era inferiore a quello dell' Olanda. Per più di 40 anni Gheddafi ha promosso programmi di asistenza sociale per tutti i Libici, incluso assistenza sanitaria e istruzione gratuita e persino energia elettrica gratis. Grazie all'intervento della NATO nel 2011 il settore sanitario è collassato e le istituzioni scolastiche hanno chiuso i battenti e i black out sono un evento normale a Tripoli.

Durante il regime di Geddafi le donne avevano il diritto all'istruzione, potevano lavorare, divorziare possedere proprietà e avere un reddito. Quando Geddafi ha preso il potere nel 1969 pochissime donne frequentavano l'università, nel 2011 più della metà degli studenti universitari erano donne. Nel 1970 Geddafi ha introdotto la parità dei diritti uomo-donna nelle retribuzioni salariali. Adesso il nuovo regime democratico sponsorizzato dagli Americani ha abolito tutti i diritti delle donne e le nuove regole sono legate a tradizioni patriarcali vecchie di millenni che vedono la parità dei diritti come una perversione dell'occidente. Nonostante questo tre anni fa la NATO ha dichiarato che la missione in Libia è stato uno dei più grossi successi nella storia della NATO

Adesso che settecento cittadini Libici sono morti affogati sulle coste Italiane è tempo che il Governo degli Stati Uniti faccia un bel Mea Culpa e restituisca subito i fondi sequestrati a quei poveri bastardi.

E Pluribus Unum